Mirabilia

 

Scrive Nicola Micieli a proposito di Mirabilia e di Gesine Arps :



"Non è facile rendere un’idea del teatro di visione di Gesine Arps e del processo linguistico e mitopoietico che lo alimentano di sempre nuovi e diversi quadri, o sipari e siparietti che dir si voglia. Intendo non facile nella brevità d’una definizione e nella sintesi nominale d’un titolo che, in qualche modo, suggeriscano una possibile lettura di queste opere quanto mai capziose, nel senso di insidiose per l’avventurata navigazione del riguardante nelle immagini di queste pagine ma, evidentemente con maggiore capacità d’attrazione magnetica, nella mostra.

Locandina web de MirabiliaCerto, non ammettono soluzioni semplificate i dipinti e le correlate pitto-sculture di Arps, che pur sembrano di semplice scioglimento, mentre sono luoghi della complessità, ognuna, a suo modo, un microcosmo fatto a somiglianza scalare del macrocosmo, dunque parte unitaria del tutto, e le chiamo partiture per la ricchezza delle variazioni ritmiche, dei contrappunti, delle coloriture timbriche delle quali acutamente risuonano, sicuri indizi di andanti musicali. Non a caso mi suggeriscono, per sinestesia, gragnole e fraseggi di note dal simbolismo “impressionista” di Debussy. Sono, l’una per l’altra, scene epifaniche: manifestazioni o rivelazioni alla luce d’un reale reso dimensione altra, e sorprendente, dalla capacità dello sguardo di Arps di osservarlo come junghiana imago.

È, l’imago, una modalità immaginaria della percezione propria della prima infanzia, fondata sulla proiezione di prototipi inconsci o figure primarie delle cose e delle relazioni tra le cose. Arps ha mantenuto quella forma parasurreale di riconoscimento e di rappresentazione del mondo attraverso prototipi proiettivi, a un livello avanzato di elaborazione culturale e di governo dei meccanismi associativi e analogici che li precisano e li correlano, anche nello sviluppo intuitivo d’un racconto.

Specie avvertibile, questo, negli estesi oblunghi dipinti a dittico e trittico – sorta di carrellata filmica o di srotolato percorso cinese nel paesaggio – dei cammini e delle navigazioni terrestri, marine e astrali che presuppongono un’intenzione progettuale e un tema/guida. Come in Viaggio con San Marco, in Trittico del viaggio, in Mare di Sardegna, in Pescatrice sarda di anime, opere nelle quali, peraltro, l’uso dominante dell’oro, che sta tra l’astrazione dei fondi medievali e dei paramenti musivi bizantini e la sontuosità klimtiana, indica la qualità squisitamente intra-vagante ovvero mentale e vorrei dire iniziatica del viaggio. A proposito di iniziazione, si osserverà per inciso che molti aspetti dell’opera di Gesine Arps, talora specifiche opere, come nel caso del Ballo tantrico, offrono chiavi interpretative risalenti all’esoterismo, alla teosofia, alla cabala e alla mistica dei numeri. Implicano dunque un livello di conoscenza spirituale della realtà, ma direi meglio dell’essere nella sua totalità, cui presiedono arcani principi vitali e che non si dà se non nella disciplina del corpo e del pensiero, nella compartecipazione dal profondo, che vuol dire conoscenza e identificazione di sé quale filamento vibrante del tutto.

Come artista e come donna, Gesine Arps ha una visione della vita sostanzialmente positiva, direi ispirata a panica vitalità. L’atto del dipinto è per lei un investimento evidentemente gioioso di energie. Non c’è macerazione della materia né nodo residuo da districare nelle sue tele, la cui entità fisica è di per sé defaticante. Se non vogliamo parlare della concentrazione e dell’impegno richiesti dalla ricerca di soluzioni formali semplici, e d’apparenza naturale, alle illuminazioni poetiche e alla bellezza della realtà, esterna e interiorizzata. Per lo sguardo di Gesine Arps sono un continuum di meravigliose rivelazioni gli splendori del paesaggio e delle opere d’arte e dell’ingegno umano, non meno direi della quotidianità nel mondo animale, in natura e nelle prossimità della casa dell’uomo; quindi la vita relazionale dell’uomo con e nei suoi istituti, in estensione domestica e territoriale. Per queste ragioni, assegnerei le sue opere alla categoria estetica dei Mirabilia, per essere in ogni loro aspetto, discendente che sia dalla natura o prodotto ad arte dall’uomo, una fonte inesauribile di stupefazione dello sguardo.

Al primo incrociare gli schermi mirabolanti, appunto, delle estese tele, paiono sorgive le scene che si schiudono al nostro sguardo, e inducono la sensazione di parteciparle empaticamente, se non di immergersi nel fluire e comunque sommuoversi e trascorrere di masse, linee, forme e loro frammenti nelle animate partiture. Non a caso Arps le dipinge stese a terra, le sue opere, per meglio agire sulla materia con la massima estensione del gesto tracciante o altrimenti portato sulla tela, partecipe corporalmente del farsi e scomporsi della forma pittorica che si fa figura molteplice e ibridata del reale immaginario.

Scene come raccolte al loro sgorgare, se non proprio impulsive nel senso dell’automatismo psico-dinamico, che in effetti è la modalità surrealista del primo riconoscere e delineare o agglutinare possibili conformazioni visive nell’informe della materia pittorica stesa come a preparazione dei fondi. In certo senso, dunque, il dipingere è come una maieutica, un far venire alla luce forme e figure sommerse, ma per ciò stesso preesistenti, incluse nella materia. E in questa nozione dell’immagine inclusa da liberare, se vogliamo, è da scorgere un ulteriore processo proiettivo dell’imago, della quale si diceva essere come l’etimo del linguaggio pittorico di Arps, capace di generare una ricca e anche coltissima morfologia lessicale.

Scene che Gesine Arps compone e scompone con logica paratattica, a diversi livelli di saturazione dello spazio visualizzato, e come colonizzato, da forme e figure a loro volta invase da più o meno fitte costellazioni di grafemi e morfemi, che determinano la mutagena tessitura della materia pittorica. Motore di perenne metamorfosi del paramento pittorico è difatti la proliferazione gemmante di grumi materici e rari oggetti inclusi, di segni vibratili e tocchi di colore, di cifre numeriche e simboli segnaletici, di filamenti e aerei impalcati. Dai quali si generano irreali ambienti popolati da alberi, monti, vertiginosi edifici, oggetti come personificati, ipertrofiche figure umane e animali terrestri e marini, e più spesso ircocervi ovvero capricci e ibridazioni di ambienti oggetti esseri viventi. Ma anche significativi assemblaggi di composite e bizzarre figure fitto/zoo/antropomorfe – anch’esse monstra nel senso di inusuali evidenze degne di comparire, di essere mostrate nelle teche delle meraviglie – le cui diverse ed eteronome parti sono funzionalmente connesse da relazioni concettuali. Basti l’esempio della madre il cui capo è l’immagine del figlio, avendo come madre sempre in testa il pensiero del figlio.

Quanto allo spazio della visione, bisogna dire che Gesine Arp tende a ridurlo al piano, in genere non dandosi distinzione tra figura e fondo né soluzione prospettica che non sia intuitiva o di valore, per gradazione del colore, per disposizione dei piani a registri sovrapposti, per gerarchia dimensionale e dislocazione degli elementi formali e figurali dal primo piano ai successivi. Che non hanno comunque profondità, nel senso che tutto è poi ribaltato al piano superficie, come si evince chiaramente dalla apparecchiata mensa ricca di cibi e bevande, e annessi convitati astanti, per la festa che si celebra nel dipinto La cena della mancia, opera peraltro citabile anche come esempio di ispirazione filtrata a modelli artistici antichi, e basti pensare agli affreschi dell’Abbazia di Pomposa ai quali attingeva già Franco Gentilini, o Le nozze di Cana nella Basilica di San Nicola da Tolentino. Salvo nel caso dei dipinti “aerei” a sfondo di cieli, delle navigazioni marine in acque popolate da miriadi di presenze e loro scie, e delle navigazioni astrali nell’infinitudine dello spazio costellato da mondi remoti, quale che sia la tipologia prospettica non lineare di volta in volta utilizzata per collocare o far agire le sue figure, Gesine Arps tende a occupare sin quasi a saturarlo lo specchio visualizzato, lasciando filtrare solo tra forma e forma lo spazio ulteriore.

Ciò accade non già per un qualche claustrofobico horror vacui, ma in ragione della natura totalizzante del suo mondo visionario, nel quale ogni cosa chiede di manifestarsi direi in flagranza corporale e simultaneamente, per cui nel bergsoniano flusso del tempo che è durata interiore, la scena è come un’istantanea, un fermo/immagine del divenire perenne delle cose. Luogo dunque della complessità e della stretta correlazione tra le parti che lo compongono, costellazione dove tutto si tiene al modo delle tessere d’una tarsia colorata, questo mondo che a prima vista appare sorgivo e destrutturato, non esaurisce i propri livelli semantici alla monovalenza d’una chiave interpretativa, anche se appare leggibile con intuitiva immediatezza. La medesima con la quale, senza mediazioni culturali, si colgono in uno, nel paramento alare d’una farfalla, il lussuoso décor screziato, la leggerezza impalpabile, l’artificio mimetico indotto dal meccanismo della selezione naturale, l’infiorescenza della natura.

L’arte di Gesine si dispiega come pittura sul piano, felicemente gemmando nuclei e scie figurali, riduzioni simboliche di forme e figure del reale che, riconoscibili ma non referenziali, paiono agglutinarsi sulla tela come fossero animule. La tela funge da fittissima impercettibile rete, che filtra e trattiene una minima percepibile concrezione di quelle entità vaganti. E se la loro origine è da un immaginario contiguo al sogno, per il quale non hanno senso le coordinate spazio-temporali, dunque la congruità o la logica conseguente del loro relazionarsi, il loro approdo temporaneo, trattandosi di figure del flusso, si configura come teatro visionario di apparizioni fantasmatiche.

Lo attestano la compresenza e l’interazione sincrona delle scie e dei nuclei figurali di eterogenea provenienza e appartenenza. Lo dice la loro proliferazione invasiva dell’intero campo visivo, e tendenzialmente dello spazio esteso oltre i confini della tela, per ulteriore gemmazione ed espansione. Una delle quali si verifica nella concretezza degli oggetti di recupero assemblati in pittosculture, invero riduzioni tridimensionali di figure come discese dalla tela; e soprattutto si celebra nelle installazioni da Gesine Arps realizzate proprio per rendere percepibili qui e ora, concretamente collocati nello spazio agibile, i segni e le forme, le figure fantastiche e le icone, o i frammenti di icone, dello sterminato repertorio dell’arte che fervidamente visita il suo immaginario.

Quelle visioni che sembrano defluire come in un sogno a occhi aperti, sono tuttavia sapientemente guidate dalla mano aerea e all’occorrenza puntuale dell’artista. Mano educata e raffinatissima, per quanto risolta nel senso di quella naturalezza e apparente semplicità quasi infantile del linguaggio che è dono e virtù dello spirito sensibile. Parlando di icone e frammenti di immagini d’arte, si osserverà che l’apparecchiata ribalta fantastica di Gesine è luogo davvero proliferante di sincretismi. Ossia incroci e risoluzioni di incremento creativo tra segni, cifre grafiche, simboli, figure e relativi depositi memoriali e semantici, evidentemente provenienti da tempi e culture le più diverse. Quei segni che al loro primo incontro e riconoscimento per Gesine sono stati occasioni suggestive di conoscenza anche poetica, hanno poi sempre alimentato il suo laboratorio interiore, alchemicamente permutate nelle astrazioni simboliche così felicemente tradotte in gemmazioni visive.

Non meraviglia, dunque, la straordinaria ricchezza dei referenti culturali avvertibili, non sempre e non solo sottotraccia, nelle sue partiture. Essi spaziano dalle insorgenze senesi della grazia lineare e del colore alle dichiarate ascendenze rinascimentali e urbinati, dai depositi della tradizione espressionista e postimpressionista alle più varie espressioni rituali e decorative delle arti primitive nei diversi continenti, incluso il primitivismo brut dei moderni da Dubuffet ai graffitisti metropolitani. Tutto affluisce alla vivida intelligenza creativa di Gesine Arps. Tutto proiettivamente defluisce, evidentemente metabolizzato e morfologicamente connotato, sullo schermo delle sue visioni, per farsi festa dello sguardo e parola fiorita nel linguaggio della visibile poesia."
 

 

Mirabilia - Gesine Arps
Palazzo Bracci Pagani
dal 3 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Sistema Museale di Palazzo Bracci Pagani “Diana Art Gallery” Corso Matteotti n. 97 - 61032 Fano (PU) Tel. 0721 802885
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 Ultimo aggiornamento:  30-11-17